Il Guerriero
Una storia d'amore
giovedì, 18 giugno 2009
2.4 - Una guerra nel cortile - Il colonnello
Sta per fare fuoco su di me, il suo dito già esercita pressione sul grilletto, ma il comando del suo cervello non raggiungerà mai più la sua mano, staccata dal braccio da un colpo velocissimo di Diego.

Il colonnello guarda la sua mano cadere a terra con ancora la pistola stretta fra le dita, senza nemmeno dargli la soddisfazione di esplodere il colpo che già aveva messo in canna, finché in pochi istanti il dolore non gli raggiunge il cervello e lui afferra il suo braccio monco, da cui esce un fiume di sangue. “Maledetto!” grida, inginocchiandosi in una pozza di sangue.


Diego si rivolge a mia madre. “Signora, la prego di chiamare un’ambulanza. E la polizia. Il colonnello sta perdendo molto sangue, temo che entro dieci minuti non ci sarà più nulla da fare per la sua incolumità. E inoltre avrà molte cose da spiegare alle strutture cui aveva giurato fedeltà.”


“Dirò che sei stato tu, maledetto mostro.”


“Spiacente, signore. Non deve fare ulteriori sforzi. La sua posizione per quanto ci riguarda è già chiara a sufficienza.” Diego lo carezza dolcemente, fa un movimento quasi impercettibile con le dita e il colonnello cade a terra, svenuto.


Mamma si alza, va a chiamare un’ambulanza. È sotto shock, ma riesce ancora a gestire la situazione.


Diego si affaccia alla porta, dietro la quale si sente un certo trambusto.


Si rivolge a me. “Pietro, rimani per favore esattamente dove sei. Torno subito.”
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mercoledì, 03 giugno 2009
2.3 - Una guerra nel cortile - A mani nude
Gli uomini sparano tutti su Diego. Ma Diego non muore. Evita i colpi, veloce come un lampo, così rapido che non riesco neppure a seguirlo con gli occhi.

Si muove come un gatto, anzi, più veloce. Sembra quasi che il suo corpo sfidi la fisica stessa, con tutte le sue leggi.


“Dov’è!” gridano gli uomini dell’unità biologica. Non riescono a colpirlo, è troppo veloce.


I proiettili di energia lanciati dai guanti attrezzati dei componenti l’unità biologica si schiantano istantaneamente contro le pareti. Una tenda prende fuoco ma il sistema domotico polarizza i tessuti fino a spegnere l’origine di incendio. Diego è ancora lì, in mezzo alla sala.


Fa un passo e colpisce un soldato con un pugno, staccandogli di netto la testa dal busto, facendola rotolare via come una palla che insanguina le pareti del salone. Il corpo decapitato resta immobile per qualche secondo ancora, sotto lo sguardo inorridito degli altri soldati. Poi crolla al suolo.


I soldati aprono di nuovo il fuoco, mentre Diego danza rapidamente fra un colpo e l’altro. Non so come sia possibile, ma sembra che l’universo si pieghi intorno a lui. Nessuno colpo va a segno.


Poi, improvviso come il tuono, un piede nudo di Diego affronta la corazza pettorale di un altro soldato e la sfonda spaccandogli il cuore in una frazione di secondo. È così veloce, così fulmineo che i due uomini dell’unità biologica superstiti non riescono nemmeno a rendersi conto di quanto stia succedendo.


Un uomo sta per afferrarlo alle spalle, ma lui se ne accorge prima ancora che quello riesca a fare un solo movimento. Non sembra furioso, non sembra arrabbiarsi nemmeno quando per un attimo il suo avversario pare quasi riuscire nell’intento di toccarlo. Diego agita una mano, un gesto talmente veloce che mi abbaglia, e il braccio dell’uomo cade a terra. L’uomo grida, ma solo per pochi istanti. Diego gli infierisce il colpo di grazia sfondandogli il casco e la scatola cranica con due dita tese. Poi l’ultimo, che cerca ancora di usare le sue armi. Diego cammina sulla morte, cavalca i colpi del suo ormai disperato assalitore. Quando tocca i guanti armati dell’ultimo assalitore, glieli strappa dalle mani con una violenza tale da slogargli i polsi, e gli da una spinta al petto, tanto forte da attraversarlo da parte a parte. La sua mano, per un attimo, gli esce dalla schiena. Finché non la ritrae, lorda di sangue.


Quattro uomini dell’unità biologica, che a detta di mio padre potevano sgominare un battaglione intero di soldati, sono stati uccisi in pochi secondi da un uomo solo, disarmato, in pigiama, a piedi nudi.


Un uomo sul quale non avrei scommesso nemmeno un centesimo.


Rimane il colonnello. Gli avvenimenti si sono svolti così in fretta che praticamente è ancora fermo sulla soglia, come se non si fosse accorto di nulla. Ma si volta fulmineo con la pistola in pugno, la stessa pistola che ha ucciso mio padre, e la punta verso di me.


Parla rivolto a Diego, tenendomi sotto tiro. “Non so chi sei, mostro, ma se fai un movimento sparo al bambino.”
“La sua missione è fallita, colonnello. Se ne vada in pace e la lascerò vivere senza deturparla.” Replica Diego, con indifferenza. “A patto che dica ai suoi padroni di dimenticare questa famiglia.”

“Non fare una mossa.”


“La mia offerta sta per essere ritirata, signore.”


“Diego… non ucciderlo, lascia che sia la giustizia a prendersi cura di lui.” Dice mamma, freddamente. Sembra aver già somatizzato la situazione, lei. “Questo assassino vivrà altri cento anni, ma in prigione.”


“Spiacente, signora. Ma io sto per lasciarvi.” Dice il colonnello, arretrando.


“Dice bene, signore. L’offerta è scaduta. Il suo tempo è concluso.”


“Ammazzo il bambino!” grida il colonnello puntando risolutamente l’arma nella mia direzione.
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giovedì, 21 maggio 2009
2.2 - Una guerra nel cortile - L'assalto
“Papà!” grido io, e corro giù per le scale.

Il sangue ha già formato una pozzanghera intorno ai vestiti di mio padre, morto, steso a terra.


Il colonnello si volta verso la porta d’ingresso. Sembra parlare al bavero della giacca, in verità ha un collegamento radio nelle mostrine. “Potete entrare, adesso.” Dice, rivolto a qualcun altro che non si è ancora fatto vedere né sentire.


Dopo le sue parole sento altri rumori dal cortile, quindi entrano quattro uomini, grossi come armadi, tutti armati fino ai denti.


Mamma sta scendendo tutta spaventata.


“Che cosa succede, colonnello?”


“Mi duole molto, signora, di darle la cattiva notizia della triste dipartita del suo eroico marito…”


“Giorgio!”


“Addio, signora Da Silva.”


“Colonnello… bastardo… sei uno schifoso traditore!”


“Dica quel che vuole, si sfoghi pure. Tanto, fra pochi minuti l’unità biologica vi avrà sterminati tutti.” Non si volta nemmeno.


In pochi istanti, gli uomini si mettono in posizione. Si muovono con sicurezza, senza prendersi la briga di uccidere in fretta. Due civili disarmati, impotenti, due bambini… Uno si incammina verso la cameretta dove il piccolo Giovanni si è svegliato e comincia a piangere.


“Maledetto!” grida mamma, accasciandosi disperata di fianco al cadavere di papà.


“Colonnello. Dica pure ai suoi padroni che l’unità biologica ha fallito.” Incredibilmente, è la voce di Diego che parla.


“Come?” il colonnello si volta, incuriosito a guardare questo ragazzino.


“Ha capito bene, signore.”


“E questo chi sarebbe?” chiede uno degli uomini armati, puntando la sua arma su Diego.


“Mi chiamo Diego, signore.”


“Uccidetelo.” Dice il colonnello, con noncuranza, tornando a voltarsi per uscire.
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mercoledì, 20 maggio 2009
2.1 - Una guerra nel cortile - Ritorno
Le ultime parole che ricordo sono “Buonanotte, Pietro, tesoro mio, pecorella di Dio.” Pronunciate dalla voce sussurrata di mia mamma.

Poi un sonno nero, senza sogni, finché…


Durante la notte sento un movimento strano, la porta di sotto che si apre e la mamma che lancia un grido di sollievo. Salto giù dal letto con un nodo in gola e corro di sotto.


Papà è tornato. “Papà!” grido, e corro da lui.


Mi prende in braccio e mi stringe forte forte.


Mamma lo abbraccia a sua volta, piange come una disperata.


Ma c’è qualcosa che non va.


“Forza, Lara, abbiamo poco tempo.” Le dice.


“Che significa?”


“Significa che la missione diplomatica è fallita, c’è stata una talpa nel sistema, una spia ha rivelato il nostro piano e adesso siamo in serissimo pericolo…”


“Cosa… siamo in pericolo? Anche… anche noi? Qui?”


“Hanno cercato di bloccarmi alla frontiera degli asteroidi con un’unità biologica, li ho evitati per un soffio.”


In questo momento sento dei passi sulla scala, è Diego che si è svegliato. “Tutto bene, signora Lara?” chiede. Indossa un pigiama di mio zio, gli sta largo come i vecchi vestiti militari. È anche scalzo, ma non l’ho mai visto mettere le ciabatte, nemmeno quando siede a tavola.


Papà si inquieta. “Chi è quel ragazzo?”


“Tutto bene, Diego, torna pure a letto. È un bracciante, me l’ha consigliato mio fratello durante la tua assenza.”


“Si, capisco. Adesso fate presto, non so per quanto tempo siamo al sicuro…”


“Io… non capisco, Giorgio…”


“Non c’è molto da capire. L’unità biologica che ha cercato di fermarmi mi ha inseguito anche sulla Terra… sai cosa significa il termine unità biologica?”


“No, ma qui ci sarà pure un servizio di protezione per…”


“Non capisci, Lara, quelli sono uomini corazzati, non si fermeranno finché non avranno sterminato tutti coloro che hanno il corredo genetico uguale al mio. Per questo si chiama unità biologica. E sono i soldati scelti dei non-umani, preparati per qualsiasi genere di battaglia, per qualsiasi genere di guerra… nemmeno cento soldati potrebbero fermarli.”


“O, mio Dio… questa è follia! Follia pura! Pietro, presto, corri a vestirti…”


“Ma mamma, io…”


“Vai subito a vestirti!” grida lei.


In questo momento sento altri rumori, sul prato fuori.


“Maledetti!” sibila papà. “Ci hanno trovati…”


Mamma corre alla finestra.


“Lara, no!”


“Non c’è pericolo, è il tuo amico colonnello.”


“Bene, qualcosa allora si sta muovendo, per buona fortuna… adesso vai a prepararti…”


“Giorgio, abbiamo qualche possibilità contro nemici così agguerriti?”


“Si, se riesco a portarvi alla base NATO più vicina e a mettermi in contatto con un biochirurgo, possiamo modificare leggermente il codice genetico dei bambini e renderci irrintracciabili.”


Vado verso la mia camera, per vestirmi.


Mamma mi spinge su per le scale, ma qualcosa richiama la mia attenzione, dietro di me, e io mi fermo, guardo ancora indietro mentre lei mi supera. Guardo verso papà, fermo in mezzo al salone. Vicino a lui, voltato verso di me, c’è Diego, silenzioso e immobile come una statua.


Il colonnello Bestini entra senza bussare.


“Stanno arrivando, Giorgio. Conviene che affrettiate i tempi.”


“Si, signore. Lara è già quasi pronta…” papà non finisce la frase. È voltato verso la cucina quando il colonnello estrae una pistola e lo uccide all’istante, con un colpo solo al cuore.
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martedì, 19 maggio 2009
1.7 - La casa di mio padre - Notte
L’estate è finita in fretta, poi arriva l’autunno e quasi subito l’inverno, e papà non è tornato.

Nessuna notizia. Nemmeno da parte del colonnello Bestini, e mamma è sempre più triste.


Diego è silenzioso come un morto, anche se mi accompagna tutte le sere nei campi, viene a portarmi e poi a riprendermi alla scuola.


L’abbiamo sistemato in soffitta, si è creato il suo spazio, una specie di tana con un giaciglio nudo e crudo sul pavimento di legno, una poltrona, due sedie e un tavolino, un abat-jour e poche altre suppellettili.


Non si lascia toccare da nessuno, nemmeno dalla mamma.


Un giorno gli ho chiesto perché, ma non mi ha risposto.


Alla fine, dopo mesi di monologhi, lo convinco a stringermi la mano. Trema, sembra che davvero non sopporti di essere toccato da nessuno.


Una volta mi ha detto: “Uhm… è solo che… non tollero che il mio sistema vitale sia avvicinato…” e io l’ho sempre rispettato, anche perché la mamma mi ha detto che forse Diego soffre di una strana malattia. Solo, gli ho detto: “Però da mio fratello ti lasci toccare… “


“Non conta, lui è così… piccolo.”


Per il resto, una vita normale, immersa nella quotidianità della mia adolescenza. Mattino sveglia, mio fratello che frigna, scuola, ritorno a casa al pomeriggio, compiti con mia mamma dietro a consigliarmi, poi giro nella fattoria con Diego, visita allo zio quando va bene, cena e poi… poi aspetto che mio fratello si addormenti e mi faccio accompagnare in camera da mamma, per sentirle dire quell’Ave Maria sussurrata, e quell’ultimo saluto, quando è già quasi fuori della mia stanza.


Buonanotte, Pietro, tesoro mio, pecorella di Dio.


Ma quando non la vede nessuno, la mamma sfiora sul dito il micropalmare, si connette e cerca notizie su papà.


Lo so perché al mattino la trovo con gli occhi arrossati dal sonno e dal pianto, anche se lei non dice niente.


A scuola si comincia a parlare della guerra contro gli altri-umani. Veramente tutti dicono “i marziani”, ma il senso è lo stesso. Qualche bambino dice che suo padre vorrebbe sterminarli tutti, questi marziani. Sono i soliti discorsi da osteria, senza capo ne coda.


In verità nessuno ha il coraggio di fare niente.


E neanch’io dico niente. Mamma non vuole. Nessuno da queste parti conosce il passato di mio padre, per la verità nemmeno io ne so poi molto, tutti credono che il signor Da Silva sia scappato di casa o che abbia qualche strano affare coi suoi parenti del nord.


Certe volte guardo su, nel cielo, le stelle, la luna.


Marte non lo so ancora riconoscere, non sono così bravo e forse non lo sarò mai. Papà è lassù, magari anche lui guarda le stelle e cerca di vedere me, in questa piccola stanza di bambino.


Ma non torna, e mi manca da morire.
Scritto da: Resamo alle ore 11:10 | link | commenti | categoria:
lunedì, 18 maggio 2009
1.6 - La casa di mio padre - La partenza
Mio padre parte il mattino successivo. Ho sentito che lui e mamma discutevano nella notte, le argomentazioni di lei che si facevano più deboli man mano che il tono della sua voce aumentava di volume e lui che cercava di calmarla.

“Non sarà una missione pericolosa.” Lui dice.


“Andrai di nuovo su quei satelliti maledetti…”


“Per un incontro diplomatico…”


“Perché non ci è andato lui, il tuo amico colonnello?”


“Perché non è più un guerriero…”


“Neanche tu, sei un contadino.”


“Ma gli altri-umani sanno chi sono.”


“Ti uccideranno…”


“Mi ascolteranno, invece… sarà meglio che mi ascoltino, piuttosto che rischiare lo sterminio totale e indiscriminato…”


“Ma perché proprio tu!”


“Perché sono il comandante che li ha fermati l’ultima volta, mi rispetteranno.”


Mamma piange disperata. Mio fratello si sveglia nel cuore della notte e piange anche lui.


E anch’io, ma in silenzio, contro il guanciale del mio cuscino, lasciandomi trasportare dal fiume in piena dei pensieri, dal temporale che impazza sulle strade e sui tetti della nostra bella casa.


Papà, non andare via… non andare, non andare, non andare…


Resta ancora almeno un giorno, un giorno lungo un secolo, un giorno per imparare a superarti in bicicletta, un giorno per incominciare a conoscerti, ad ascoltare la tua storia, un giorno per guardare le tue mani e per capire chi sei, chi sei stato, chi avresti voluto diventare, un giorno, ti chiedo un giorno solo, per dirti che ti voglio bene…


Penso a questo e rincorro i miei pensieri sulle strade che ho percorso tante volte, insieme a lui, su quella bicicletta col cambio silenzioso che lui faceva correre anche in salita.


Ho paura, e non per via del temporale.


Ho paura del futuro, un futuro senza il mio papà.


Papà, papà, papà…


Al mattino, quando mia mamma mi sveglia, papà non c’è già più.


È partito.


La mamma telefona allo zio, suo fratello, gli sta dicendo di venire a darci una mano a organizzare il lavoro dei campi, quel lavoro che suo marito dovrà trascurare per qualche giorno. “Dovresti anche procurarmi una radio” gli dice.


Lo zio ride, lo sento anche dall’altra stanza.


“Una radio? Ma se hai sempre rifiutato ogni forma di tecnologia! Tu e quello zuccone di tuo marito… guarda, ti porto anche una radio, credo di averne una da qualche parte, ma poi tu mi spieghi dettagliatamente cosa sta succedendo.”


“D’accordo.”


Mio fratello piange. Cerca di camminare e s’inciampa, ruzzola in terra e io corro per aiutarlo a rialzarsi.


Piange anche la mamma, ma in silenzio. Ed è peggio.


Lo zio arriva in mattinata, con una vecchia radiolina del tipo di quelle che si usano per ascoltare le partite di calcio in certi vecchi bar fuori città. Ma dal giubbotto prende anche un micropalmare, uno di quei processori portatili sull’anulare, secondo l’ultima moda. In casa mia non si sono mai visti simili aggeggi, ma a scuola qualche maestra ne fa uso.


“Ho letto sul giornale che c’è stato un assalto alla frontiera francese da parte di certi uomini di razza marziana, e ho capito tutto.” Dice. Abbraccia la mamma e prende dentro anche me e il piccolo Giovanni, che lo spinge subito indietro con le sue piccole braccia.


“Se n’è andato, Marco. Ha detto che tanto non è una missione pericolosa ed è partito.”


“Sapevo che prima o poi sarebbe successo.”


“Io… io sono disperata!”


“Su, non piangere. Guarda questo bel bambino qui.”


Mamma piange a singhiozzi. “Maledetto colonnello, e maledetti altri-umani…”


“Vedrai che tuo marito tornerà.”


“Papà è un soldato invincibile, vero zio?” io chiedo, con le lacrime agli occhi.


“Si, briciola. Vai sul furgone a prendere la scatola dei biscotti. Scommetto che non hai ancora fatto colazione.”


“I biscotti della zia?”


Lui annuisce, ma non lo sto già guardando più. Corro sul furgoncino dello zio.


Seduto di fianco al posto di guida vedo un ragazzo, avrà vent’anni, magro, dallo sguardo triste. Per un attimo mi sembra mio cugino, poi quando il riflesso del vetro sparisce mi accorgo di essermi sbagliato.


Apro la portiera, e il ragazzo mi guarda.


“Ciao.” Gli dico.


“Ciao.” Una voce lontana, come di uno che non è abituato a farne uso.


Allungo la mano per prendere i biscotti, e prima che io possa sfiorargli la gamba, quello si ritrae, come se fossi un serpente. “Cos’è, hai paura di me? Non voglio mica farti male.”


Lui sorride, con occhi tristi.


“Come ti chiami?” gli chiedo. È un ragazzo stranamente silenzioso, magro, bianco come un cencio.


“Diego.”


“Sei un amico dello zio?”


“Si. Lavoro per lui.”


“Vieni, ti faccio vedere la mia vasca dei pesci!”


Diego scende, mi segue ciondolando la testa. Non sembra molto intelligente.


“Pietro, non dare fastidio a Diego, mi raccomando.” Dice lo zio. E poi, in tono sempre dolce ma più autoritario: “Diego, il bambino è un buono, non permettere che gli succeda mai nulla di male, capito?”


“Si, capito.”


Diego risponde in modo laconico, come se non si fosse accorto di nulla.


Mi segue placido e come rassegnato. Apro la scatola dei biscotti, e mentre ne sgranocchio uno gli mostro la vasca dei pesci, gli racconto come ha fatto mio papà a costruirla, scavandola nella terra e facendo il muro di cemento, e poi le storie dei pesci che ci sono dentro, quelli che si vedono e quelli nascosti sotto i sassi.


Diego non risponde, sembra quasi che non sappia nemmeno cosa siano i pesci. Ma ascolta con apparente attenzione.


Nel frattempo lo zio e mia mamma parlano, sento lei che piange, lui che la consola.


Tra le altre cose colgo un paio di frasi che, viste in retrospettiva, cambieranno la mia vita.


“Per il lavoro nei campi non posso rimanere, ma lascerò qui il ragazzo. È un buon lavoratore. Dormirà sulla macchina, se non hai una stanza da dargli. E poi è sempre meglio che ci sia un uomo, in giro per casa.”


“Marco, io non so se sia il caso di prendere uno sconosciuto in casa…”


“Stai tranquilla, è un bravo figliolo. Mangia quello che gli metti nel piatto e non si lamenta mai. E poi conosce il mestiere e, soprattutto, va d’accordo con il Pietro. Guardali.”


Io li guardo a mia volta, mio zio e mia madre, e i miei occhi incontrano quelli della mamma. Il mio fratellino tende le braccia verso di me.


“Vieni a conoscere il mio fratellino?” chiedo a Diego.


Non mi risponde ma mi segue. A me va bene uguale, non ho bisogno di sentire la sua voce. Mio fratello sorride e tende istintivamente le mani verso Diego.


“Che strano,” dice mamma “di solito non vuole mai andare in braccio a nessuno.”


“Puoi prenderlo in braccio, se vuoi.” Dice lo zio.


“Posso davvero, signora?” chiede Diego. Il bimbo passa dalle braccia di mia mamma alle braccia di Diego.


Lui sorride, lo carezza, lo coccola senza dire una parola. Fa versi e smorfie.


Giovanni è tutto un fiore, tra le sue braccia.


“Capisci cosa intendo dire?” chiede lo zio alla mamma.


“Come vuoi tu, Marco. Come ti chiami?” chiede a Diego.


“Diego, signora.”


“Chiamami pure Lara. Il termine signora mi fa sentire vecchia.”


“Come vuole, signora Lara.”


“Marco, spiegagli che voglio un ospite in casa mia, e non uno schiavo.”


“Diego, questa è gente buona. Lara ti vorrà bene, non devi aver paura di lei.”


“Io non ho paura, signore.”


Mamma si riprende il bambino, ma stavolta mi accorgo che Diego manovra le dita delle sue mani in modo che quelle di mamma non possano toccarlo.


“Allora basta con la signora. Lei non ti chiama mica signor Diego, ti sembra?”


“Si.”

"Bene, adesso vediamo di cominciare a fare qualcosa."

Scritto da: Resamo alle ore 15:22 | link | commenti | categoria:
giovedì, 07 maggio 2009
1.5 - La casa di mio padre - Notte
Ormai è buio, quando papà mi porta a letto. Di solito viene la mamma, ma stavolta – non so perché – ho chiesto a lui di accompagnarmi.

Prescienza, forse, sesto senso.


Mentre mi accompagna nella penombra mi sospinge gentile con colpetti alla testa.


“Papi…” io dico, come per fare una comunicazione improrogabile.


“Sst.” Sibila lui. Ma soggiunge, sempre gentile: “Ricordati che tuo fratello dorme.”


“Mi leggi qualcosa?”


“Ma… Pietro, ormai sai leggere da almeno tre anni…”


“Dai, papi… almeno un capitolo…” mi infilo a letto e gli metto in mano un libro.


Lui accende un abat-jour, abbassa la luce ad un punto che quasi non ci vedo niente e inizia a leggere, con voce sussurrata. Non ho mai visto mio padre inforcare gli occhiali, e ha sempre avuto una vista e un udito superiore alla media. Quando gliene chiedo il perché, lui sorride e dice che è merito del suo addestramento di ufficiale dell’esercito.


Io sono solo un bambino, ma non credo che sia possibile esercitare gli occhi a vederci anche nel buio. Mi nasconde sicuramente qualcosa, qualcosa che forse un giorno mi rivelerà, quando sarò grande abbastanza.


E intanto legge, con la sua voce morbida che piano piano mi appesantisce gli occhi.


Prima che io mi addormenti, chiude il libro e mi da un bacio in fronte, poi recita piano un “Ave Maria”, come fa anche mia mamma tutte le sere, qui vicino a me.


Anche se mi sto addormentando l’abitudine è così forte che qualche parola la riesco a dire anch’io.
“… benedetto… Gesù… prega… amen…”

Sto già dormendo, ma sento ancora la sua mano forte carezzarmi piano, e mentre esce dalla stanza la sua voce sussurrata che ripete: “Buonanotte, Pietro, tesoro mio, pecorella di Dio.”
Scritto da: Resamo alle ore 09:18 | link | commenti | categoria:
mercoledì, 06 maggio 2009
1.4 - La casa di mio padre - Guerra
“La guerra non finisce mai, un soldato lo sa. I nostri politici fanno finta di non saperlo, per non agitare troppo gli animi, ma la verità amara è questa. Lo abbiamo sempre saputo, la storia ce lo ripete da diecimila anni, ormai, fin dai tempi degli antichi egizi. Ma noi siamo teste dure, noi non l’abbiamo mai ammesso, anche se l’abbiamo in qualche modo capito. Lo sanno i civili, che a volte di guerra sembrano capirne più di noi soldati. Pensavamo fosse tutto finito da quell’ultima azione, quella condotta dalla tua unità di attacco, quella che azzerò completamente le postazioni di sorveglianza e gli psicocentri… non era così. Da più di due anni, ormai subiamo quasi tutti i giorni un attentato terroristico, una bomba su uno shuttle di civili, un assalto nanotecnologico a qualche ospedale… uno stillicidio lento e continuo, a volte di matrice islamica, a volte di origini politiche, neo-verdisti, linguisti puri, vai a sapere… personalmente li ritengo tutti vigliacchi, ma questo non ferma il terrore, non ferma gli assalti, non consola i civili coinvolti… I civili… oggi su Marte abbiamo più di cento milioni di civili.”

“Umani?”


“Censiti, si, per tre quarti, almeno fino a poche settimane fa. Ma sospettiamo ci siano almeno tre, quattrocento milioni di altri-umani, nascosti in città-bolla o in labirinti sotterranei. La notizia è recentissima, è successo il riflusso. Gli altri-umani sono riusciti a far eleggere un loro sindaco nella città-cupola di Farless, la cosa in sé non sarebbe grave se non avesse cominciato ad imporre la legge marziale, una specie di sharia atea, gioventù Hitleriana… secondo la teoria ideologica che pubblicò qualche tempo fa quel tale, uno di loro… non sto a spiegarti i dettagli, ma si tratta di mutazioni… capisci che la situazione è precipitata ed è cominciata la guerra civile.”


“La guerra civile?”


“Si, ma oggi ci sono altre fazioni politiche di appoggio, capisci, gente che predica la libertà degli altri-umani, il rispetto dei loro diritti, la teologia della liberazione rivisitata… hanno cominciato con l’oscurare tutti i media che parlano in un linguaggio diverso dal politichese, hanno chiuso radio e reti internet, hanno censurato messaggi del presidente, giornali, comunicati, onlus, tutto quanto permette a qualcuno di diverso dal gestore del potere di poter dire la propria opinione in merito a qualsiasi cosa…”


“In altre parole si è instaurata una specie di dittatura.”


“Si, a seguito di episodi di intolleranza, violenze nei tunnel, spargimenti di sangue…”


“Bè, allora mi pare che sia abbastanza logico, no?”


“No, Giorgio. Non quando gli altri-umani fanno incetta di bambini per portarli nei loro campi di raccolta, nelle loro stazioni spaziali disseminate fra gli asteroidi.”


“Non era mai successo.”


“Adesso sembra che l’ideologia sia quella nuova, una mutazione delle precedenti, come fosse successo qualcosa di geneticamente impensabile perfino a livello di teoria razziale. Vogliono mutare geneticamente, cambiare, crescere…”


“E quindi gli servono bambini per fare i loro esperimenti?”


“Pensiamo sia così.”


“E cosa fanno i neo-malthusani?”


“Li appoggiano, terrorizzati come sono che l’espansione umana possa intasare l’universo. Meglio un Mengele che la morte per soffocamento.”


“E i mussulmani?”


“Guerra aperta, è tutto quel che sanno fare. Tutti contro tutti, assalti e contro assalti. Come mille anni fa.” Ridacchia. “Quelli non cambieranno mai.”


“E gli altri?”


“Gli altri chi, gli americani? Le delegazioni ONU? I vetero-europei? I giapponesi? Quei mostri dei cinesi?”


“A me interessano soprattutto i nostri. Gli italiani.”


“Gli italiani sono quello che sono, per loro umani e altri-umani sono la stessa cosa. Basta lasciarli vivere nella loro semplicità. È stato sempre così. Abbiamo una classe politica da sit-com, ma per un normale cittadino italiano trovarsi al mercato di fianco a un altro umano non crea assolutamente alcun problema.”


“Papà, chi sono gli altri-umani?”


“Sono i discendenti dei primi coloni di Marte, quelli che vorrebbero che il pianeta restasse di loro esclusiva proprietà.”


“E perché non si può lasciarglielo?”


“Già,” dice papà, rivolto al colonnello: “perché? Gli umani, diciamo terrestri di prima generazione, potrebbero viverci come cittadini stranieri, come extracomunitari, non so. È una soluzione che qui da noi è durata qualche secolo, se non sbaglio. Dovremmo aver raggiunto una certa esperienza, nel gestire questi problemi.”


Il colonnello abbassa gli occhi. “Senza Marte non abbiamo sbocchi per le lune di Giove, non possiamo studiare la calibrazione dei movimenti degli asteroidi e resteremo per sempre bloccati qui, sulla Terra.”


“Non sarebbe neanche tanto male.” Dice papà. “Le risorse non mancano, la vita è possibile anche qui… anche se i neo-malthusani…”


“Per come stanno le cose oggi, certo, hai ragione tu. Ma le statistiche dicono altro, e cioè che la popolazione ha ricominciato a crescere, una proiezione dell’Onu dei prossimi cinquant’anni dice che se noi abbandoniamo Marte, gli altri-umani, approfittando del vantaggio gravitazionale, si lanceranno per primi verso il resto del sistema solare e in tempi relativamente brevi, dico trenta, quarant’anni ancora, potrebbero non solo colonizzare per primi altri pianeti abitabili – e quindi di fatto tagliare fuori gli umani-terrestri, ma addirittura tornare qui. Con fini di conquista.”


“Qui?”


“Per la stessa ragione per cui ci vuoi rimanere tu, Giorgio.”


“Risorse, benessere, spazi… Ma perché non è possibile l’integrazione, dico io. Perché dev’esserci questa separazione fra umani e altri-umani…”


“Oh, tu e io non la vediamo, questa distinzione, perché siamo italiani e cattolici, e ai nostri occhi tutti gli uomini sono uguali. Ma ci sono troppe teste, nei meandri dei parlamenti intercontinentali, troppe idee nei generali, e troppe teste e troppe idee non generano quasi mai una soluzione intelligente.”


“Cos’è successo, colonnello. Me lo dica chiaramente.”


“Fra i mille e più attentati, c’è stata un’escalation che sembra chiudere il pugno di ferro per una guerra vera e propria, ma senza schieramenti. Hanno distrutto due delle nostre più antiche città-bolla, per esempio, con delle esplosioni nucleari. Qualche città ha ceduto al loro ricatto, sembra, e per il momento si mantiene al sicuro da kamikaze o psicoattentati… Ma non si sono fermati a Marte. Hanno bombardato Madrid, l’altro ieri. Non succedeva da secoli, ormai, mi pare che l’ultimo attentato serio occorso in Spagna risalga all’inizio del millennio… io te lo sto dicendo adesso perché so che tu non leggi i giornali, mi hanno informato anche di questo, e non vedi la televisione. Hanno occupato Barcellona e stanno muovendo per impegnare tutta l’Europa in una guerra di trincea, come nel ventesimo secolo.”


“Una bella situazione, colonnello. Ma io sono solo un povero contadino.”


“Noi possiamo fermarli con la forza in qualsiasi momento, disponiamo di alitrasporto sufficienti per disintegrare qualsiasi flotta abbiano messo in campo. Il problema non è chi fermare e nemmeno come, possiamo bombardare le loro stazioni bolla fra la Terra e Marte, che inviano queste unità di distruzione sul nostro pianeta, possiamo scansionare qualsiasi nuovo arrivo con i detector al plasma e resettare qualsiasi forma di vita non riconducibile al cento per cento al genoma umano… possiamo mappare cromosomicamente l’atmosfera e renderla nanotecnologicamente devastante per qualsiasi razza non umana o altro-umana… il problema non è nella forza da mettere in campo. Il problema è che alcuni vogliono farlo veramente, e sterminare una nuova razza umana solo per mostrare i muscoli… e questo si chiama genocidio…”


“Ma lei vuole che io faccia una missione diplomatica, non è vero?”


Mamma trasale. “Da quei selvaggi…” mormora.


“Sentito?” dice papà. “La gente non vuole averci a che fare, con quei selvaggi. Sterminateli, e non se ne parli più.”


“Giorgio. Giorgio. Ho quasi cent’anni e tu mi chiedi di sterminare gli altri-umani… cosa hai imparato, vivendo qui nei campi, che pensieri hai maturato? Credi che sterminare più di mezzo miliardo di altri-umani stanziati tra Marte e gli asteroidi sia davvero la soluzione giusta? Allora si, saresti in buona compagnia.”


“Sarei il prodotto di tutti gli addestramenti ricevuti. Non sono stato programmato per fermare una guerra, ma per vincerla.”


“Io non voglio nemmeno che questa guerra cominci, e credo che l’unico uomo che possa esorcizzarla sia un contadino, qui davanti a me.”


“Come ha detto, signore, io sono un contadino. Non sono più un soldato da molto tempo, ormai. Non ho superiori, all’infuori degli elementi e dell’Altissimo, non ho obblighi, all’infuori di quelli verso la mia famiglia…”


“E verso il tuo paese.”


“Con tutto il permesso, signore. Non credo che il mio paese esista più, in questo momento. Esistono degli uomini che si definiscono italiani, ma tutto è stato divorato da questo mostro che è diventata la nuova Europa, quella che tutto il mondo ormai chiama la vetero-Europa… e ci sarà pure un motivo per quel vetero…”


“Dunque non vuoi pensarci.” Il colonnello si alza in piedi. “Pazienza. Forse troverò qualcun altro. Nel frattempo, credo di non aver null’altro da dire. Signora, è stato un piacere rivederla. Addio, comandante Giorgio Da Silva.”


Anche papà si alza.


“Addio, colonnello.”


Lo guardiamo allontanarsi nel buio della sera, sparisce all’ombra dei pini e dei platani che cominciano ad agitare le foglie al vento del temporale incipiente. Poi i fari della sua automobile si illuminano e in un lampo svanisce nella sera.


“Papà, davvero quel signore ha quasi cento anni?”


“Si, Pietro. Andiamo in casa.”


“E tu sei stato davvero su Marte?”


“Si, sono stato anche su Marte.”


“Perché non me l’hai mai detto?”


Papà mi accarezza. Non risponderà a questa domanda, ma io ho capito che lui sperava di proteggermi dal mondo spaventoso che si affaccia come da un abisso sulla nostra casa, tramite gli occhi di quel vecchio appena sparito nelle tenebre.


E non ci è riuscito.
Scritto da: Resamo alle ore 11:42 | link | commenti | categoria:
martedì, 05 maggio 2009
1.3 - La casa di mio padre - Il soldato
I più vorranno sapere qualcosa a proposito di Diego, visto che sono uno dei pochi uomini al mondo che l’hanno visto e conosciuto da vicino. Non li deluderò.

Ma come tutte le storie, anche questa ha un suo inizio, per quanto breve; un inizio che non posso e non voglio dimenticare, uno di quegli inizi fatti di grandi praterie e di lunghe strade e carovane e piccoli uomini, uno di quegli inizi la cui vastità spaziale è tale e l’imponenza del cielo è così forte che ti sembra quasi di esserci, e di tornarci ogni volta che te li ricordi.


Uno di quegli inizi fatti di occhi che sperluccicano dal sonno mentre la mamma sussurra piano un’Ave Maria, e mentre esce dalla tua cameretta di bambino la senti fermarsi contro lo stipite della porta e mormorare: “Buonanotte, Pietro, tesoro mio, pecorella di Dio.”


In uno di questi inizi ci sono io, io bambino, una manciata di anni a confronto con l’eternità, io che inseguo mio padre lungo una di queste strade, sulla nostra sgangherata bicicletta, con tutta la fatica di salire lungo la collina appena abbozzata come fosse un quadro, e poi la gioia e l’ebbrezza della discesa, vorticosa, rapida da far girare le budella.


In questo inizio eccomi, sudato e affranto che a fatica pigio un pedale dopo l’altro, e mio padre davanti, una montagna infaticabile.


Mi fermo e chiamo a gran voce: “Papà!” e lui, già così avanti, si volta indietro.


“Pietro!” chiama, ed è quasi un rimprovero. Lui vorrebbe che fossi io ad arrivare per primo in cima alla salita, l’ho capito, ma il cuore mi scoppia ed i piccoli polmoni non sono mai pieni abbastanza.


“Papà, mi fermo un attimo…” scendo dalla bicicletta e cammino fino a giungere al suo fianco. Lui, meno severo di quello che vorrebbe sembrare, si lascia scendere fino a me, e mi cammina accanto.


“Mi dispiace, papà.”


“Fa niente, gioia. La prossima volta.” Dice lui, quasi in un sussurro gentile. Sa perfettamente che la prossima volta sarà ancora esattamente come oggi, ma non importa.


Camminiamo. Il sole è una palla di fuoco grossa come un arancia in mezzo al cielo, spacca i sassi e la pelle degli uomini. L’orizzonte è vuoto, il cielo è pulito come una tovaglia della festa.


“Stanotte pioverà.”


“Perché dici così? Non c’è neanche una nuvola.”


“Non lo senti? L’odore del temporale. Tra un po’ arriverà il vento, strapperà le foglie dagli alberi e ne farà mucchi ai piedi delle case, e poi pioverà. Dovremo coprirci bene perché il freddo della pioggia entrerà dalle fessure delle finestre, attraverserà le barriere dei tetti e cercherà di strapparci le coperte con le mani dei lampi, veloci e furbe come demòni. Ma domani sarà già tutto finito.”


“Non strapperà il tetto della casa come l’altra volta?”


“No, stavolta non sarà così forte, ma pioggia ne verrà tanta, quella si.”


Mio padre sapeva leggere nel tempo, come alcuni sanno leggere le ore scrutando l’orologio. Sapeva prevedere l’attimo esatto del tuono, la sincronia della prima goccia d’acqua sulla terra asciutta e gravida di sete, la precisione geometrica dell’arcobaleno toroidale, perfettamente tracciato dal compasso del Signore.


E tante cose lui sapeva. Più di tutti i papà che io avessi mai veduto.


“Ti alzerai a pulire le griglie delle fogne? Mi chiami che così posso venire a vedere anch’io?”


“Ti chiamerò, ma potrai vedere solo dalla finestra. L’acqua alta è troppo pericolosa, per un bambino piccolo come te.”


“Ma l’Antonio suo papà lo lascia andare.”


“Ma tuo padre sono io.”


Arriviamo in cima alla salita e saltiamo di nuovo in sella, e giù, senza freni, a tutta birra. Mio padre corre di fianco a me, così da poter vedere se cado o se faccio qualche mossa sbagliata. Sento lo stridio dei suoi freni, ogni tanto, che lui impegna per non superarmi. E io grido di felicità e di paura, come tutti i bambini lanciati nella discesa.


Il cielo è pulito, la strada libera, mio padre mi protegge. La vita è perfetta.


A casa la mamma sta già alla finestra, guarda fuori e ci vede arrivare dall’ultima strada dei campi, dietro gli ultimi alberi, oltre gli ultimi steccati. Ha già preparato l’acqua fresca con i cubetti di ghiaccio e il limone spremuto dentro, e tiene in braccio il mio fratello piccolo, di un anno e un mese, Giovanni.


Io e papà arriviamo, appoggiamo le biciclette contro il muro di casa ed entriamo sotto il portico, dove mamma ci aspetta.


Mio padre la guarda. “Cos’è successo?” le chiede.


“Niente. È venuto qui un tale, quel signore che era venuto già una volta.”


Non so di cosa parlano, mamma sembra un po’ preoccupata. Papà non fa una piega.


“Ci penserò più tardi.”


“Giorgio.” Dice mamma. Giorgio è il nome di mio padre.


“Ho detto che ci penserò più tardi.” Lo dice sereno, come se davvero non ci volesse pensare. E prende in braccio il piccolo Giovanni. È sempre gentile, mio padre, misurato nella voce e nelle parole, anche quando vuole troncare una discussione. Ma mamma è tenace.


“Non voglio che tu parta un’altra volta.”


“Non partirò. Sta tranquilla.” Non aggiunge altro, ma anche se non so cosa succede, anche se sono solo un bambino ho capito che la mamma ha paura di quel signore che è venuto mentre noi eravamo fuori.


“Chi è quel signore?” io chiedo.


“Un amico di tuo padre.” Mi dice lei.


“E cosa voleva?”


“Voleva parlarmi. Vuoi che ti racconti la sua storia?” dice papà.


“Si, dai.”


Ci sediamo, e papà mi prende a sedere sulle sue ginocchia ed incomincia.


“Quel signore si chiama Colonnello Bestini, è un grande soldato, un eroe di guerra.”


“Quale guerra, papà?”


“Una guerra che si combatte in un paese molto lontano. La guerra fra due razze che non vanno d’accordo.”


“Noi siamo dalla parte dei buoni?”


“Pietro, ma chi fa la guerra non è mai buono. Neanche noi. E quel signore una volta era un mio comandante.”


“Tu hai fatto il soldato?”


“Tuo padre è stato un grande soldato, tesoro.”


“E adesso?”


“E adesso sono un contadino. Così posso stare con i miei bambini a bere la mia acqua e limone in pace. La guerra l’ho già fatta. Una volta, Pietro, ci hanno dato una missione difficilissima da compiere. Liberare i nostri compagni dalle torri nemiche. Io e i miei uomini, quattro soldati italiani e francesi, abbiamo assalito le prigioni del nemico di notte, in segreto. Dovevamo liberare i nostri amici prigionieri, e tra questi amici c’era anche il colonnello Bestini, e un mio vecchio amico, che è ancora in servizio nella base militare qui vicino. Forse è per questo che il colonnello è venuto a cercarmi, vuole che io vada a liberare qualche altro prigioniero.”


“Ed è per questo che io non voglio che tu vada.” Conclude la mamma.


“Ti ho già detto, mi pare, che non partirò.”


“Ha detto che tornerà questa sera, dopo cena.”


“Non ha detto altro?”


“Niente, ha parlato dei territori rossi.”


“I territori rossi…” mio padre ripete piano le ultime parole di mamma, quasi evocassero ricordi. Oggi io lo so cosa gli fanno ricordare, ma allora ero solo un bambino, avevo sempre vissuto nella pace e nella tranquillità della campagna, la serenità bidimensionale della vita contadina.


Nemmeno un televisore, in casa, mamma diceva che ci bastava il fuoco del camino e le fiabe dei libri, a dispetto dell’ipertecnologia che sembrava invadere le case di tutti gli altri bambini.


Mamma faceva l’insegnante.


Mio padre taceva, e ricordava.


Ricordava – ora posso dirlo – le montagne alte ventimila metri, sferzate dalla furie di elementi alieni, i caschi che bisognava cambiare ad ogni rivoluzione per via delle visiere consunte dalla sabbia, i venti gelidi della notte, che scendevano fino a cento gradi sottozero e sparavano a tutta forza, con una violenza tale che senza le tute nemmeno un brandello di carne sarebbe potuto sopravvivere. I territori rossi di Marte. Chiamati così per via del colore, ma più che altro, in gergo militare, in senso dispregiativo. “Un Sahara non bastava?” dicevano i soldati impegnati in quell’area.


Papà ricordava le tombe abbandonate dei pionieri, le cupole distrutte e quelle nuove, i kibbutz ed i coloni, le serre idroponiche, i contatti, le ricerche con i padri del deserto, e i mille e più misteri.


Papà ricordava la guerra, la sua guerra, la guerra che aveva combattuto e che teneva stretta in cuor suo come fosse un pugno di perle, la guerra che segretamente, per un mistero comprensibile solo a pochi uomini, ai grandi soldati, gli mancava.


Beveva acqua e limone, e ricordava.


Il lento flusso dei ricordi gli appesantisce la fronte, parla poco durante tutto il resto del pomeriggio, anche durante la cena. Pochi monosillabi, e gli occhi che rispecchiano grandi orizzonti, battaglie, panorami che lui solo ha vissuto, ordini ricevuti, ordini impartiti, viaggi, carovane, sacrifici, lacrime e risate virili, e lunghe ferite alle braccia, amici caduti, preghiere al calare del sole su un mondo diverso da quello dove avrebbe voluto trascorrere la propria vita.


Il colonnello Bestini arriva poco prima del caffè, puntuale come un militare. Entra sotto il portico dove stiamo finendo di cenare dopo aver lasciato la sua automobile in fondo al vialetto.


Indossa un uniforme nera come la tonaca di un prete, ha i capelli rasati e piccoli baffi, una cicatrice sotto l’occhio sinistro.


Alla mano destra gli manca il mignolo, e mio padre se ne accorge subito. Lo vedo da come strizza gli occhi, anche se non dice niente.


Lo accoglie sotto il portico, nella stanza esterna.


“Colonnello, buonasera.” Dice. È un saluto asciutto, tipico degli uomini che hanno combattuto insieme. Gli porge una sedia.


“Giorgio.” Risponde il colonnello. Si stringono la mano. Il colonnello saluta anche mamma, si toglie il cappello e se lo posa sulle ginocchia, sedendosi con la schiena dritta come un palo della luce.


“Lara mi ha detto che è venuto a cercarmi già quest’oggi. Mi spiace che non mi abbia trovato, ormai faccio il contadino.”


“Lo so. Mi avevano avvisato.”


“Cosa succede, colonnello.”


“Nulla che possa interessare un contadino.” Il colonnello mi carezza la testa con la mano sana. “Questo è il piccolo Pietro, vero?”


“Si, colonnello. Ha visto anche l’altro bambino?”


“Giovanni, si. Tua moglie me l’ha mostrato, oggi.”


“Siamo una famiglia contadina.”


“Giorgio, io… ho quasi cent’anni, ormai.”


“Ma ne dimostra al massimo cinquanta, signore.”


“Lo so, ed è merito dei trattamenti pulsar, delle nanotecnologie che ormai imperversano… io non voglio rovinare il vostro bel quadretto familiare.”


“Lei è il benvenuto, colonnello.”


Mamma porta le tazze del caffè. Il colonnello la beve senza zucchero.


“Anche se ti raccontassi una storia?”


“Soprattutto se mi racconterà una storia.”
Scritto da: Resamo alle ore 07:01 | link | commenti | categoria:
lunedì, 04 maggio 2009
1.2 - La casa di mio padre - Perdono
I miei ricordi possono cominciare da qualunque momento, disordinati come un campo di battaglia, ma non tenterò di farvi ordine, cercherò piuttosto di metterli vicini, di costruire con loro quella forma che è la forma della mia stessa vita, come l’ho sempre vista io.

Non sarà una bella costruzione, ma nessuno la deve venire ad abitare, nessun'altro è chiamato a viverla all’infuori di me e nessun altro si deve sentire responsabile degli sbagli che io solo ho commesso.


Perciò per favore, e lo dico a chi avesse la malsana idea di avventurarsi nella lettura di queste poche pagine, non pretendiate la mia comprensione, le mie spiegazioni, la revisione di quello che ho da raccontare. È la mia vita, è successa in questo modo perché è in questo modo che io l’ho conosciuta e nemmeno io la posso più cambiare.


La potrei dimenticare, forse. Ma chissà, anche volendo, anche potendo prima della fine, chissà se servirebbe mai a qualcosa.


È successo, semplicemente, per sempre. Che Dio ci perdoni tutti quanti.
Scritto da: Resamo alle ore 11:16 | link | commenti (2) | categoria:
Chi Sono
Utente: Resamo
Dice che per arrivare a Resamo occorre "prendere 7 treni di 7 vagoni ogni 7 stazioni." Dopo un viaggio sì fortunoso e per nulla facile non è ben chiaro dove si arrivi, ma si arriva in un paese dorato - a suo dire - un luogo evidentemente di fantasia, ma soprattutto un luogo di sogno dove i sogni - i sogni dei bimbi, beninteso - diventano realtà.

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A luci spente...
Tra un po’ si spegneranno le luci, i bambini dormiranno e noi ci incammineremo insieme per la lunga notte, il buio, i pensieri che si rincorrono come navi spinte dal vento. Ne abbiamo viste tante, di notti così, tante da far tremare i denti al ricordo, tante da far perdere la memoria, la memoria dei giorni, dei baci e degli abbracci densi come cioccolata, ma tanti da sparire, al confronto con quelli che furono e saranno, da perderne il conto, da non voler guardare mai più indietro, ma con paura con angoscia ancestrale, avanti. Ecco, questa notte noi stiamo abbracciati. Non perché il freddo sia paura, e nemmeno perché l’abitudine sia nostra padrona, ma perché siamo una famiglia, perché siamo innamorati, perché il disegno del nostro amore è in quegli occhi grandi, in quelle ciglia, in quelle grida, in quelle risate, in tutti quei giochi, eccolo, si è lì, il disegno dell’amore, quell’amore che sembra prendere tutto per sé ed invece è solo dono, quell’amore che ci prosciuga di tutte le energie ma è la nostra sola salvezza nei momenti del dolore. Siamo pazzi, noi uomini, a credere di poter vivere senza l’amore, a pensare di costruire città fatte di sogni, piramidi di vetro, si, siamo matti, a spendere le nostre forze in oscure formule, in studi severi, in rincorse a perdifiato quando abbiamo tutto qui, tra queste mani chiuse a fiore sulla nostra stessa vita. Quanti soldi, tribolazioni, affanni, pensieri, angosce, regali, pleniluni, soldi di cacio, pantaloni, ristoranti… e quante corse, quanto agitarsi come foglie al vento… le cose del mondo ci arroventano, ci arrovellano, ci divorano, ma tu tu non farti mai ingannare dagli abbagli delle sirene, non lasciare mai che le false promesse risuonino con più forza dei sorrisi silenziosi, non permettere mai che nessuno di noi, né io né tu, e nemmeno i nostri figli possiamo pensare di vivere senza l’amore, quell’amore che nasce quasi per caso, ma mai per caso, quell’amore che solo stando insieme, stretti come dita di una mano, solo così è amore, è Dio, siamo noi. Buona notte, allora, bell’amore mio, sposa amata, mia vita, mio tutto. Anche questo notte, buona notte, tesoro mio, pecorella di Dio. Buona notte.
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